Come già reso noto da Agensocial quello che oggi è accaduto nell’assemblea del Monte ha un significato che va oltre la cronaca di una sconfitta. È il punto di arrivo di un equivoco che andava chiarito.
Lovaglio ha chiesto fiducia sul futuro della banca. Ma il futuro di una banca non può ridursi a una sommatoria di fusioni. Perché una banca non è una collezione di sportelli: è una visione dell’economia che si vuole finanziare.
Il “terzo polo bancario” è stato presentato come una risposta alla concentrazione del sistema. E l’argomento è suggestivo: un Paese che concentra troppo il credito rischia di concentrare anche il potere economico. Ma un terzo polo serio non nasce come risposta a un’OPA: nasce prima.
Banco BPM e Banca Generali erano tasselli di un piano costruito per contrastare l’operazione di Intesa Sanpaolo. Difficile credere che il progetto sarebbe stato lo stesso senza quella necessità difensiva. E qui sta la domanda che oggi resta sul tavolo: quanto di questo progetto sarebbe esistito se il suo promotore non avesse avuto bisogno di difendersi?
Perché una banca non si misura solo dai bilanci che aggrega, ma dalla visione che propone. Non basta dire di voler fare concorrenza a Intesa o a Unicredit: bisogna spiegare quale Italia si intende finanziare.
E soprattutto bisogna dirlo prima.
Il tempo, in banca, è capitale. Chi arriva a definire la propria strategia dopo che qualcun altro ha fatto la prima mossa non è un visionario: è un inseguitore. E spesso, quando arriva il momento di difendere l’indipendenza, le alternative sono già state ridotte dal tempo.
Lovaglio ha fatto un lavoro importante di risanamento. Ma una banca risanata non è automaticamente una banca strategica. Rimettere in ordine i conti è una condizione necessaria: non è una visione.
Se il sistema italiano ha bisogno di pluralismo bancario — e forse ne ha — questa riflessione andava fatta prima. Non dentro un’assemblea chiamata a scegliere tra fusioni.
E qui entra in scena il silenzio della politica.
Un governo che ritiene strategica la pluralità bancaria non dovrebbe limitarsi a sperare nell’indipendenza dei campioni nazionali. Dovrebbe spiegare perché, a quali condizioni, con quali obiettivi pubblici. E farlo prima che le scelte siano inevitabili.
Perché oggi non ha perso solo un manager o un piano industriale. Ha perso l’idea che la difesa dell’indipendenza basti da sola a costruire una strategia.
L’indipendenza si costruisce prima, con progetti, alleanze e consenso. Non la si proclama quando il mercato ha già iniziato a decidere.
Il terzo polo, se serviva davvero, andava costruito in tempo utile. Altrimenti rischia di apparire come un progetto nato più dalla necessità di difendersi che dalla volontà di proporre una diversa idea di credito per il Paese. E questa è la domanda che resta aperta. Forse la più scomoda. Ma anche l’unica che oggi valga davvero la pena di fare.
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